I dimenticati di Chernobyl
Mercoledì, 6 Maggio 2009Domenica 26 aprile, in occasione del 23° anniversario dal disastro nucleare di Chernobyl, il programma di approfondimento del TG La7, “Reality”, ha permesso a Soleterre di raccontare cosa accade oggi negli ospedali che accolgono i bambini malati di cancro. La trasmissione è curata da Paola Palombaro.
Il servizio è stato l’occasione per richiamare l’attenzione sulle terribili conseguenze dello scoppio del reattore, che ancora colpiscono le nuove generazioni. Ma ci ha anche consentito di comunicare al grande pubblico l’apertura a Kiev della prima casa di accoglienza per i bambini malati di tumore e per le loro famiglie, una struttura attrezzata esterna all’ospedale, che permetterà tempi più brevi di degenza e l’accesso alle cure mediche in day hospital. Sempre grazie alle donazioni private, come quelle raccolte durante la campagna “Il contagocce” dello scorso novembre, è stato possibile acquistare un’intera sala operatoria per il centro neurologico pediatrico di Kiev.
Questo è il video del servizio, e di seguito trovate la testimonianza di un amico di Soleterre che lo scorso mese ha visitato il nostro progetto a Kiev.
Erano appena passate le undici di una tiepida e soleggiata mattina di Aprile quando ho visto l’inferno, qui sulla terra.
Nel varcare la soglia del reparto di neurochirurgia infantile dell’ospedale di Kiev in Ucraina, non riuscivamo a credere ai nostri occhi tanto era grande il dolore e la sofferenza che abbiamo visto stringere quei piccoli pazienti. Distesa su di un lettino appoggiato alla parete, una bambina avvolta in un lenzuolo fino alla testa piangeva mentre aspettava di essere ricoverata. Ai lati del corridoio, che ricordava tanto le corsie del nostro vecchio ospedale di Lodi, si aprivano delle stanze malandate piene di lettini sui quali i poveri bambini soffrivano in silenzio cercando il conforto delle loro mamme, che dolcemente stringevano loro le mani e li accarezzavano sulla fronte.
“Sono tutti bambini con un tumore al cervello o con la spina dorsale bifida” aveva sentenziato il vecchio Primario che ci accompagnava nella nostra visita.
E in quel momento dalla porta di legno della sala operatoria, una giovane madre usciva spingendo la barella con il suo bambino appena operato, e afferrandolo con le sue braccia lo adagiava sul lettino della stanzetta insieme agli altri. Ci raccontava un’infermiera che dopo l’operazione i bambini spesso entrano in coma e smettono di respirare, oppure vengono assaliti da una forte febbre o da altri infezioni che i medici non riescono a spiegare. E le mamme sono distrutte dal dolore nel vedere i loro bambini soffrire mentre nessuno è in grado di fare qualcosa per aiutarli. Dalla sala operatoria direttamente al letto della corsia, questo era il calvario che i piccoli pazienti erano costretti a subire.
Mi sembrava di essere piombato in un ospedale da campo durante una guerra. Mancava tutto, persino gli strumenti più elementari e indispensabili come la sega elettrica. Si, perché solo fino a qualche settimana prima la testa dei bambini veniva aperta dal chirurgo con uno strumento a mano. Persino la garza, il cotone e gli antidolorifici erano limitati e veniva usati con il contagocce.
Con un nodo alla gola difficile da mandare giù, ascoltavamo ancora le parole uscire lente dalla bocca del vecchio chirurgo: “l’Ucraina sta lasciando morire i suoi bambini; in circa venti anni sono scesi da nove a sette milioni, e le malattie gravi come i tumori e le leucemie sono cresciuti enormemente dopo il disastro di Chernobyl”. Con grande pazienza ci spiegava poi che era stato il Fondo Monetario Internazionale a subordinare i suoi aiuti in denaro all’Ucraina al taglio delle spese statali. E il governo del Paese, anziché tagliare le rendite e i privilegi del potere, ha tagliato i fondi alla sanità pubblica.
Non eravamo in Africa o nel lontano Oriente, ma a sole due ore di aereo da Milano. Qui chi ne ha la possibilità va a farsi curare all’estero o nelle cliniche private, mentre la povera gente è costretta a rivolgersi a strutture sempre più malridotte, come quella da noi visitata. E’ questa l’Europa che noi vogliamo, un’Europa che pensa alla finanza e agli affari mentre lascia morire i suoi bambini?
Epifanio Bonazzi
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