17.546 angeli custodi. I bambini tibetani profughi in India
India. Dharamsala. Dicembre 2008
Testi e foto di Damiano Rizzi
Dolkar è appena arrivato al Tibetan Health Center. Ha attraversato a piedi per 30 giorni le montagne dell’Himalaia. Oltre 1.500 chilometri. I fiumi, gli animali e le grandi montagne sono state insieme a lui. Amici e nemici di un impossibile viaggio che ha realizzato con un gruppo di altri 20 bambini. Ad accompagnarli una sola guida. Bambini che scappano dal Tibet senza i vestiti adeguati per affrontare il gelo delle montagne e la neve bianca sino a 5.800 metri.

Dolkar sarà curato nell'Ospedale e diventerà un nuovo angelo custode della cultura tibetana nell'esilio indiano di Dharamsala
I genitori, che non vedranno mai più, li affidano alle guide pagando circa 100 euro. Molti soldi per loro. Lo fanno per garantirgli una vita e un’istruzione. Per mantenere e preservare l’identità del popolo tibetano. Questo in Tibet oggi non è possibile. Molti bambini non riusciranno ad arrivare a destinazione, uno degli almeno 10 villaggi per i bambini profughi in India, i Tibetan Children’s Village che dal 1960 hanno educato oltre 34.000 piccoli tibetani. Una ulteriore difficoltà del viaggio è il tiro al bersaglio dei soldati cinesi al confine.
Soldati che sparano sui bambini più per gioco che per dovere. Per chi riesce a superare il confine con il Nepal, in genere, la prima tappa è Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio e luogo in cui si trova la dimora del Dalai Lama sin dalla prima fuga dal Tibet nel 1959. I genitori dal Tibet inviano i loro figli qui
perché sanno che saranno protetti dal Dalai Lama.
Oggi ho incontrato Dolkar. Uno di quelli che è riuscito a sopravvivere. A superare il confine. Sul volto i segni
evidenti delle escoriazioni della pelle. I piedi parzialmente congelati. Una varicella su tutto il corpo. È arrivato solo con un cappotto pieno di pidocchi. All’ospedale, dove lo stanno curando, conservano le pastiglie, contate, in grandi barattoli di plastica.
Archiviati per tipologia di malattia e nome del farmaco soluzione. Molti barattoli sono vuoti.

I medicinali dell'Ospedale sono conservati in barattoli, molti vuoti, e solo gli aiuti internazionali possono garantire le cure ai pazienti.
Dolkar vive nella struttura sanitaria insieme a malati mentali, anziani indigenti e qualche altro paziente malato di tubercolosi.
Cerca disperatamente di strappare a qualcuno un sorriso. Si avvicina più volte a un uomo di circa 30 anni, in mezzo al cortile freddo, seduto su una vecchia sedia e con un catetere ai piedi.
Sorridono, si guardano, si avvicinano e si allontanano. Un altro uomo è sdraiato per terra e simula il verso di un cane. Ha un cerotto grande sul naso e seguita a urlare. A ululare. Sdraiato per terra cerca qualcosa tra la terra bianca. Si rotola. Dolkar lo guarda e ride.
Come Dolkar sono centinaia al mese i bambini costretti a fuggire dal Tibet. Dopo un periodo trascorso in questo ospedale e centro di prima assistenza, vengono accolti in case famiglia all’interno del Tibetan Children’s Village. Un campo profughi in cui rimarranno sino al termine degli studi. Un luogo da cui non usciranno che una volta al mese e che solo il grande sogno del ritorno nella terra di origine e la santa e
metodica intenzione di preservare la cultura e l’identità rendono diverso dalle migliaia di campi profughi del mondo. A tratti il villaggio appare come un enorme orfanotrofio gestito dai bambini.
Dormono in due per letto. Un materasso appoggiato a quattro pezzi di ferro. I bambini più grandi preparano da mangiare, puliscono per terra e gestiscono insieme a una donna la casa. Una donna per ogni casa. La
chiamano amala, mamma.
Nel Tibetan Children’s Village di Dharamsala sono accolti circa 1.600 bambini. Qui mangiano, studiano e
hanno la possibilità di preparasi un futuro.

I bambini si organizzano pranzo e cena con l'aiuto di un solo adulto. Per ogni casa di accoglienza di sono circa 40 bambini
Per loro lo studio è maniacale, sanno che senza una preparazione non potranno ottenere un lavoro. Spesso ottenerlo è davvero difficile anche per coloro che si sono alacremente applicati. Saranno professionisti in
vari campi, imprenditori, ingenieri. O almeno qualcuno di loro ci è davvero riuscito. Il metodo di studio e vita somiglia a quello praticato nei kibbutz, ai sistemi educativi di qualche monastero o a quello laico Montessori, applicato negli asili del Tibetan Children’s Village e riconosciuto dal 2000 dalla casa madre
italiana.

Un silenzio surreale regna nella scuola. Insegnano ai bambini che prima di tutto occorre capire i bisogni dell'altro alunno e poi vengono il proprio ego e le proprie necessità
Non è accettabile pensare a un campo profughi per soli bambini. Straordinariamente accuditi da adulti che sono stati prima di loro bambini profughi. Almeno tre generazioni sono cresciute nel campo. A tre anni imparano a fare di conto (addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni, divisioni), la lingua inglese e la cultura tibetana.
Non è realistico pensare che ritorneranno nel loro paese ma il tempo è davvero relativo. Alla domanda secca “credete di potere ritornare?” i più grandi rispondono che anche l’impero romano è crollato e che
l’India una volta era occupata dagli inglesi. Quindi anche la Cina smetterà di essere una super potenza e il Tiber tornerà ad essere libero. Il ragionamento fila e intanto loro mantengono intatte le loro trazioni in attesa del ritorno.
Capisco che ci vuole un coraggio che riguarda una scelta tra la vita e la morte per fare in modo che i bambini diventino angeli custodi del passato e capaci del futuro.
Capisco che il popolo tibetano in esilio in India sta compiendo la più grande lotta non armata riconosciuta della storia attuale. E mai come ora il premio Nobel per la pace concesso al Dalai Lama ha un valore non solo simbolico ma reale nell’emarginare chi all’interno del mondo tibetano vorrebbe utilizzare anche la forza per la rivendicazione dei diritti.
Intendo che probabilmente esistono ora due popoli tibetani: quelli che sono rimasti in Tibet e quelli in esilio. Tra di loro ci rapporti costanti grazie ai profughi e a qualche collegamento internet.
Ma più passa il tempo e più la battaglia della conservazione dell’identità deve fare i conti con i tibetani che restando in Tibet sono anche disposti ad accettare il dominio cinese.

Un momento di gioco dei più piccoli. Nonostante le oggettive difficoltà il senso di comunità è molto forte e i bambini sono seguiti sin dai primi anni di vita
Quella degli esiliati tibetani è una vera e propria guerra combattuta senza armi e anzi con l’ulteriore coraggio della pace. Al prezzo dell’infanzia dei propri figli, soli in gelide case di accoglienza. Riscaldati dal grande sogno di compiere un sacrificio più grande dei loro immensi occhi.
In tutta l’India sono in totale 17.546 i bambini che studiano nei Tibetan Children’s Village con il compito di conservare l’identità del popolo tibetano in attesa del ritorno in patria. Il numero è destinato ad aumentare.

